La Cassazione afferma che qualora l’intermediario finanziario non ravvisi i parametri di adeguatezza necessari per l’investimento debba recedere per giusta causa e non eseguire l’ordine del cliente.

La Corte di Cassazione con sentenza n. 2536 del 9 febbraio 2016 (rel. Valitutti) torna sullo spinoso tema degli obblighi informativi in tema di investimenti finanziari, consolidando l’indirizzo a tutela dell’investitore che richiede che l’informazione sia “adeguata in concreto”.

La questione si è posta in relazione ai seguenti fatti: l’investitore si era rifiutato di fornire le informazioni circa il proprio profilo finanziario, la banca aveva comunicato all’investitore che l’operazione doveva considerarsi inadeguata, nondimeno il cliente aveva confermato la propria intenzione di dare corso all’operazione di investimento. 

La Suprema Corte si addentra in una disamina sul quadro normativo in tema di investimenti finanziari analizzando l’art. 21 del TUF, gli artt. 28 e ss del Regolamento Consob 1522 del 1998 (applicabile ratione temporis), il Regolamento Consob 16190 del 2007 e la direttiva MIFID n. 2004/39/CE. Tali riferimenti normativi evidenziano che la pluralità di obblighi facenti capo ai soggetti abilitati a compiere operazioni finanziarie convergono verso un fine unitario: segnalare all’investitore la non adeguatezza delle operazioni di acquisto di prodotti finanziari che si accinge a compiere (c.d. suitability rule). 

Giova riportare una parte del ragionamento che seguono i giudici del Palazzaccio: “(…)ogni investitore razionale è avverso al rischio, sicché il medesimo, a parità di rendimento, sceglierà l’investimento meno aleatorio ed, a parità di alea, quello più redditizio, se non si asterrà perfino dal compiere l’operazione, ove l’alea dovesse superare la sua propensione al rischio”. La ratio del ragionamento della Cassazione sta nel ritenere che la scelta tra differenti opportunità di investimento sia essenzialmente un problema di raccolta e valutazione di informazioni. Nel caso degli strumenti finanziari, quindi, le informazioni riguardano  l’emittente, il rendimento, l’economia nel suo complesso, e soprattutto, con riferimento alla singola operazione da porre in essere, la situazione di c.d. grey market, ovverosia la carenza di informazioni circa le caratteristiche concrete del titolo. Essendo le informazioni finanziarie complesse e costose, nei rapporti di intermediazione finanziaria le imprese di investimento posseggono informazioni diverse e superiori rispetto a quelle a disposizione degli investitori. Proprio per riequilibrare tale asimmetria informativa, la legge prevede l’obbligo per l’intermediario di indicare in maniera specifica le ragioni per cui non è opportuno procedere all’esecuzione dell’ordine. La banca deve fornire all’investitore “un’informazione adeguata in concreto”, tale cioè da soddisfare specifiche esigenze del singolo rapporto, in relazione alle caratteristiche personali e alla situazione finanziaria del cliente, e, a fronte di un’operazione non adeguata, può darvi corso soltanto a seguito di un ordine impartito per iscritto in cui sia fatto esplicito riferimento alla avvertenze ricevute. Fin qui nulla di nuovo. Infatti la Cassazione riprende l’indirizzo già consolidatosi in seno all’organo nomofilattico (ex plurimis Cass. 17340/2008 e Cass. 22147/2010). 

L’elemento innovativo di questa sentenza è dato dal fatto che si osserva che la dichiarazione resa dal cliente, su modello predisposto dalla banca e da lui sottoscritto, in ordine alla propria consapevolezza, conseguente alla informazioni ricevute, della rischiosità dell’investimento suggerito e sollecitato dalla banca e della inadeguatezza dello stesso rispetto al suo profilo d’investitore, non può costituire dichiarazione confessoria, in quanto è rivolta alla formulazione di un giudizio e non all’affermazione di scienza e verità di un fatto obiettivo. La banca nel caso in esame si era limitata alla generica indicazione che “non esiste alcuna garanzia di mantenere invariato l’investimento” e che l’operazione doveva considerarsi inadeguata. Il cliente aveva confermato l’ordine d’acquisto sottoscrivendo una siffatta dichiarazione: “malgrado sia stato avvisato che la disposizione di cui sopra è stata giudicata inadeguata a seguito del rifiuto da me espresso di fornire informazioni, confermo comunque la mia intenzione di dare corso a detta operazione”.

La Cassazione ritiene che la segnalazione di inadeguatezza della operazione fatta dalla Banca non contenga alcuna indicazione delle eventuali specifiche avvertenze circa la natura e le caratteristiche del titolo, il suo emittente, e le eventuali situazioni di grey market o di default dell’emittente. E tali informazioni erano, nella specie, tanto più necessarie in quanto il crollo delle obbligazioni vendute era imminente. 

La Cassazione sostiene che non può ritenersi giustificato il comportamento della banca che, a fronte della segnalazione di inadeguatezza dell’operazione, dia corso all’ordine ribadito per iscritto dai clienti. Quindi è configurabile la responsabilità dell’intermediario finanziario che abbia dato corso ad un ordine, ancorché vincolante, ricevuto da un cliente non professionale, concernente un investimento particolarmente rischioso. La professionalità dell’intermediario gli impone, invero, di valutare comunque l’adeguatezza dell’operazione rispetto ai parametri di gestione concordati, con facoltà di recedere dall’incarico, per giusta causa, ai sensi degli art. 1722 e 1727 qualora non ravvisi tale adeguatezza. 

La cassazione ribadisce che è inidonea ad assolvere gli obblighi informativi prescritti dall’art. 21 TUF la dichiarazione del cliente di aver ricevuto le informazioni necessarie e sufficienti ai fini della completa valutazione del grado di rischiosità. Tale dichiarazione integra un’affermazione del tutto riassuntiva e generica.   

La banca viene condannata a restituire tutto il capitale investito per l’acquisto dei prodotti finanziari oltre alle spese legali.

Un orientamento sempre più seguito in giurisprudenza che fa ben sperare rispetto alle numerose azioni proposte dagli investitori contro le popolari venete.

Con riferimento specifico al caso della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca se ne parlerà all’incontro promosso da Adusbef Verona mercoledì 8 giugno alle ore 20.45 presso la sala riunioni di Piazza Righetti a Verona.  Tutta la cittadinanza è invitata!

Scritto da Avv. Vincenzo Cusumano, Ph.D. student Università di Padova.

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