Si dovranno chiedere 1,5 miliardi di aumento di capitale agli azionisti o si rischia il fallimento

Venerdì 28.08.2015 la Banca Popolare di Vicenza ha comunicato di aver perso nei primi sei mesi del 2015 oltre un miliardo di euro e che dovrà chiedere agli azionisti 1.5 miliardi di aumento di capitale per evitare il fallimento o il commissariamento.

Nel corso di un’ispezione Bce, a cui da poco è passata la vigilanza sulle banche più grandi, si è scoperto che la banca ha prestato ai suoi clienti 975 milioni di euro per comprare azioni della banca stessa. Considerando che il valore delle azioni della Banca Popolare di Vicenza valgono circa quattro miliardi, ciò significa che un quarto del capitale è finanziato dalla banca in palese violazione del dettato normativo.

Dalla Banca d’Italia si apprende che i primi sospetti della stessa sul comportamento della popolare vicentina risalgono all’estate 2014. Ma a ben vedere già nel 2013 la Banca Popolare di Vicenza era stata ispezionata e non si coglie il motivo per cui nulla era stato notato.

Dal 26.10.2014 è stato possibile visionare i risultati del comprensive assessment, in altre parole la BCE ha passato al setaccio i conti della Bpvi scoprendo un ammanco di 223 milioni di capitale. Tuttavia si è evitato il disastro convertendo 253 milioni di obbligazioni in azioni.

Ora però, 8 mesi dopo la popolare vicentina afferma di necessitare di 1,5 miliardi…

A dirla tutta, già nel 2008 il Presidente Adusbef Elio Lannutti aveva presentato un esposto alla procura di Vicenza per la rivalutazione delle azioni Bpvi fino ad Euro 58, il valore infatti appariva fantasioso posto che la banca non è quotata in borsa, il prezzo delle azioni è deciso dall’assemblea e chi vuole rivendere le azioni deve attendere che la banca gliele ricompri. All’epoca il legale Adusbef che aveva definito la gestione della banca “scandalosa” si era visto ricevere una denuncia con richiesta di risarcimento danni di 2.5 milioni ma nel 2012 il Tribunale di Roma l’ha pienamente assolto.

La situazione è precipitata ulteriormente, le obbligazioni che rendevano il 5% sono state convertite in azioni che non rendono nulla e l’assemblea dei soci di aprile 2015 ha decretato che le azioni che valevano 62 euro ora valgono 48 euro, sono state svalutate del 23%.

La Banca non compra più le azioni, quindi ben 117 mila soci si trovano con azioni illiquide.

La Consob da mesi sta indagando sulle modalità di collocamento delle azioni presso la clientela, infatti gira voce che la banca costringesse i clienti a comprare azioni sotto la minaccia di negare il finanziamento richiesto.

L’Adusbef ha già provveduto a depositare in procura un esposto sulla situazione e sarà la magistratura a decretare se sussistano profili penali o meno.

Resta il fatto che sono tantissimi i consumatori che si sono trovati ad avere un patrimonio cd illiquido.

Il suggerimento è quello di agire per le vie legali, contestando la condotta della banca. Già in controversie riguardanti altri Istituti di Credito, l’Ombudsman, organismo collegiale di giudizio alternativo alla Magistratura Ordinaria che si occupa delle controversie in materia di servizi di investimento, ha condannato la banca per la mancanza di informativa sull’illiquidità delle azioni come invece prevederebbe la Consob. Si ritiene quindi una strada percorribile cercando di evitare la lunghezza e i costi di un processo civile.

In alternativa, come dice il detto l’unione fa la forza, quindi sarebbe auspicabile intentare una class action. Per quest’ultima ipotesi si attende con ansia l’approvazione al Senato di una proposta di legge già approvata dalla Camera, che introdurrebbe la class action nel codice procedura civile modificando la normativa già esistente sul codice del consumo. La normativa già esistente infatti è risultata di difficile applicazione.

Lo studio Cusumano sta già raccogliendo la documentazione di numerosi azionisti per valutare l’azione legale da intraprendere più conveniente per aiutare i consumatori. 

Categorie: News